30 Aprile 2026

Sommario

Tuttavia, sotto questa apparente stabilità si muovono tre forze importanti: politiche migratorie, shock dei prezzi energetici e intelligenza artificiale. La domanda di lavoro aveva già iniziato a rallentare prima dello shock legato alla crisi in Medio Oriente: i tassi di posti vacanti erano in calo e le assunzioni rallentavano a causa dell’incertezza e delle tensioni commerciali. Anche il cambiamento nelle politiche migratorie negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Germania sta influenzando la situazione: la riduzione dei flussi migratori si è rapidamente tradotta in meno occupazione. Negli Stati Uniti, in particolare, l’immigrazione è passata dal contribuire a oltre la metà della crescita occupazionale nel 2024 a essere quasi assente nel 2025. Questo sta frenando il potenziale di crescita e aumenta il rischio di carenza di lavoratori in alcuni settori, pur offrendo nel breve termine un effetto di contenimento sull’aumento della disoccupazione.

Tuttavia, prevediamo solo un aumento limitato della disoccupazione, tra 0,1 e 0,3 punti percentuali. Se la crisi si risolvesse entro fine maggio, i tassi di disoccupazione aumenterebbero solo nelle economie europee più esposte, e al massimo di +0,1 punti percentuali, con circa 102.000 posti di lavoro persi nell’Eurozona e circa la metà negli Stati Uniti. A differenza del 2022, quando la tendenza delle imprese a trattenere i lavoratori aveva portato a una riduzione della disoccupazione, oggi i cuscinetti più ridotti potrebbero far sì che qualsiasi shock si traduca più rapidamente in un aumento della disoccupazione. Nel caso di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, lo shock energetico colpirebbe l’Europa più degli Stati Uniti. Tuttavia, standard più elevati di protezione del lavoro offrirebbero un certo margine di protezione: si stimano circa 225.000 posti di lavoro persi nell’Eurozona (0,13% dell’occupazione) contro 126.000 negli Stati Uniti (0,08%), con perdite più elevate in Germania, Polonia, Italia, Francia e Spagna a causa della maggiore esposizione energetica.

Le prime evidenze mostrano pressioni sui lavoratori più giovani e meno esperti nei compiti cognitivi routinari, mentre i benefici si concentrano nei ruoli più qualificati e complementari all’IA. Dalla fine del 2022, una maggiore adozione dell’IA è stata associata a incrementi più marcati della disoccupazione giovanile, con l’esposizione all’IA che spiega circa il 40% delle differenze tra paesi (escludendo le economie con alta disoccupazione). L’IA potrebbe quindi manifestarsi inizialmente non tanto attraverso la perdita diretta di posti di lavoro, quanto piuttosto con meno opportunità di ingresso, una crescita salariale più debole e una polarizzazione più accentuata, con una riallocazione guidata principalmente da cambiamenti nella composizione delle professioni, piuttosto che da pressioni salariali nei settori ad alta intensità di lavoro previste dalla teoria di Baumol.

Nei prossimi 1-3 anni, si prevede che l’IA influenzerà il 23,3% dei posti di lavoro nelle principali economie, con la riorganizzazione (10,4%) che prevarrà sull’integrazione/rafforzamento (5,3%) e sulla sostituzione completa (7,6%). La quota di posti di lavoro interessati varia dal 9,2% in Italia al 28,7% negli Stati Uniti, con Regno Unito (17,7%), Germania (16,2%), Francia (14,7%) e Spagna (12,4%) in posizione intermedia. Ciò equivale a 52,5 milioni di posti negli Stati Uniti e 21,8 milioni nelle principali economie europee. La nostra analisi non tiene conto della potenziale creazione di nuovi posti legati all’IA, che ci aspettiamo possa compensare almeno in parte gli effetti negativi sull’occupazione. Tuttavia, nel medio termine è probabile che la distruzione di posti superi la creazione, poiché le imprese si adattano più rapidamente dei lavoratori, creando un divario temporaneo. In ultima analisi, se – e con quale rapidità – l’IA porterà a perdita di posti di lavoro, riorganizzazione o creazione di nuove opportunità dipenderà meno dalla tecnologia e più dalle scelte di politica economica. Sarà quindi cruciale adeguare le politiche (“AI-proofing”): politiche del lavoro, inclusi riqualificazione e aggiornamento delle competenze, programmi attivi e sistemi di protezione sociale, guideranno le transizioni dei lavoratori. Anche la fiscalità (incluso il trattamento relativo di lavoro e capitale legato all’IA), gli incentivi alle imprese e le politiche della concorrenza determineranno se l’IA sarà utilizzata per affiancare o sostituire il lavoro e come i guadagni di produttività verranno distribuiti.

Due colleghi parlano di business seduti su un divano

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